Di recente, è difficile fruire di TV, radio o giornali (se ancora reperibili), che non diano ampio e prioritario spazio agli episodi di violenza e saccheggiamento accaduti una decina di giorni fa a Milano ed in altre città. Sembra quasi che il pubblico italiano scopra oggi l’esistenza del teppismo delinquenziale e ne resti meravigliato e sconvolto. Temo, ahimè, che non sia un fenomeno nuovo né così circoscritto.
Sono già stato spettatore di violenza e teppismo all’interno ed all’esterno degli stadi di calcio, con bilancio di morti e feriti che suscita orrore, ma ho visto persone aggredirsi anche davanti a scuole, discoteche e perfino durante i festeggiamenti di capodanno.
Credo dunque che non siano la rabbia giovanile o l’emarginazione sociale a causare la violenza, costituendone soltanto un’occasione, un pretesto: l’aggressività è forse una insondabile componente della nostra complessità biologica e psichica; non eliminabile, ma che possiamo cercare di incanalare e sopire, affinchè non ecceda in distruttività.
Del resto, questo è uno tra gli obiettivi principali dei due più diffusi prodotti della creatività umana, ovvero la religione ed il diritto, qualche volta in apparente conflitto tra loro, ma sempre accomunati da questo tentativo di controllare la violenza, anche espropriandone i singoli individui.
Ma la forza delle religioni (anche quelle laiche) e dei diritti non si insinuerebbe facilmente nell’animo umano se non utilizzasse quell’apparato di idee, immagini e strumenti che definiamo cultura: termine sminuito in un’epoca ammaliata dalla fascinazione tecnologica.
Sarò un illuso, ma credo che le possibilità di studiare, leggere, andare a cinema, suonare o recitare siano lo strumento più efficace per prevenire la violenza.
Certo, qualcuno obbietterà, citando l’esempio di Youssef Siher, il trentenne bresciano di origine marocchina che, sebbene acculturato, perché laureato, giornalista e stagista ricercatore, avrebbe incitato alla violenza attraverso i social media.
Ed a questa obiezione non sarebbe sufficiente rispondere che “l’eccezione conferma la regola”: si deve cercare qualche argomento migliore.
Si potrebbe cominciare sostenendo che, come tutti gli strumenti, anche la cultura non ha un’efficacia risolutiva; ma se non elimina il problema probabilmente lo allevia molto, forse più della minaccia di sanzioni.
Poi si potrebbe aggiungere che l’istigatore dovrà essere punito per i reati commessi, però l’istigazione è efficace se è recepita, dunque occorre un pubblico già predisposto a farlo: forse utenti più acculturati, leggendo i social incriminati, avrebbero scrollato oltre.
Per ultimo cito quel proverbio cilentano, secondo il quale il pesce “fète ra’ capo’” cioè: puzza dalla testa, ovvero: quei leader politici di rilevanza mondiale, che hanno esibito l’aggressività nel linguaggio, negli atteggiamenti ed anche nella pratica del potere, certamente non hanno promosso una cultura del dibattito democratico e della conciliazione pacifica tra interessi divergenti.

